• Giulia

Il luogo del diritto (di P. Melissari)


La filosofia si è interessata al concetto di luogo sin da Aristotele, e Martin Heidegger,ha affrontato più o meno esplicitamente questo tema, incentrato sul concetto di esser-ci che riguarda direttamente la nostra stessa essenza, ossia "il nostro luogo" in quanto esseri umani.Nell'antica Grecia la Φύσις (physis) ovvero "la natura" è stata sempre oggetto di grande interesse per i filosofi dell'epoca. Secondo Emanuele Severino ne "La filosofia dai greci al nostro tempo","Physis è costruita sulla radice indoeuropea bhu, che significa essere, e la radice bhu è strettamente legata (anche se non esclusivamente, ma innanzi tutto) alla radice bha, che significa "luce" (e sulla quale è appunto costituita la parola saphés). [...] Già da sola, la vecchia parola physis significa "essere" e "luce", e cioè l'essere, nel suo illuminarsi."

Ed allora diventa importante per quello che diremo cosa sia il "luogo" (τόπος, topos), su cui tra l'altro si sono cimentati filosofi come Platone, Zenone e molti altri, fino ad arrivare al filosofo tedesco Heidegger, passando naturalmente da Aristotele, perché non si può prescindere dal concetto “del luogo del tutto”, che è il luogo dell'Uno .Aristotele, nella sua opera intitolata "Fisica", si chiede del significato di luogo1Aristotele esamina il concetto di “luogo”, ammettendo la complessità del problema, che sarà oggetto di tante discussioni da parte degli epistemologi moderni.

Alla fine della sua analisi egli elabora una definizione, che avrà un grande successo fino al Medioevo e oltre: “il luogo è il limite immobile primo del contenente”.

Aristotele definisce anzitutto lo spazio come il “luogo” (tópos), ossia come la posizione di un corpo fisico tra gli altri corpi: «Sembra, tuttavia, cosa ben importante e difficile la comprensione del concetto di luogo, per il fatto che esso ha tutta la parvenza della materia e della forma e anche per il fatto che il cambiamento locale dell’oggetto spostato avviene in un contenente che è in quiete. Sembra, infatti, ammissibile che ci sia un intervallo, un qualcosa di intermedio, insomma un qualcosa di diverso dalle grandezze che son mosse. E a suscitar tale apparenza contribuisce anche l’aria, che sembra essere incorporea: pare, infatti, che il luogo si identifichi non solo con i limiti del vaso, ma anche con ciò che è intermedio e che si considera vuoto. E come il vaso è un luogo trasportabile, così anche il luogo è un vaso che non si può trasportare. Perciò, quando qualcosa che è dentro un’altra, si muove e cambia in una cosa mossa, come una navicella in un fiume, essa si serve di ciò che la contiene come di un vaso piuttosto che come di un luogo. Il luogo, invece, vuole essere immobile: perciò, piuttosto l’intero fiume è luogo, perché l’intero è immobile. Dunque, il luogo è il primo immobile limite del contenente. In conseguenza di ciò il centro del cielo e quella estremità della conversione circolare che è in rapporto con noi, sembrano a tutti essere, nel modo assolutamente più appropriato, l’uno l’alto, l’altra il basso, perché il centro del cielo permane eternamente, invece l’estremità della conversione circolare permane soltanto perché si comporta allo stesso modo di quello. E siccome per natura il leggero è ciò che è portato in alto e il pesante è ciò che è portato in basso, ne consegue che il limite che contiene una cosa in relazione al centro è il basso, allo stesso modo che il centro stesso; quello, invece, che la contiene verso l’estremità è l’alto, allo stesso modo che l’estremità stessa. E per questa ragione pare che il luogo sia una superficie, e una sorta di vaso o un involucro. Oltre a ciò il luogo è insieme con la cosa, perché il limite è insieme col limitato».

La concezione aristotelica dello spazio comporta quindi, contro gli atomisti, l’inammissibilità del vuoto e l’esistenza di luoghi naturali a cui ciascuno degli elementi materiali (acqua, aria, terra, fuoco) tende quando non trova ostacoli. In stretta connessione con la nozione di spazio si trova poi la nozione di tempo, rispetto alla quale Aristotele, precorre Agostino, nel negarne la realtà oggettiva e indipendente. I libri III, IV, V, VI costituiscono uno studio organico sul concetto di mutamento (o movimento) e i concetti connessi di: infinito, luogo, tempo, continuo. Restando sul concetto di spazio come luogo, Aristotele qualifica lo spazio (πού) o il luogo (τόπος), come limiti nei confronti di altri oggetti. Lo spazio e il luogo, vengono percepiti grazie al movimento. Senza lo spazio non esisterebbe il movimento, ma senza movimento non è pensabile lo spazio.

Ragione per cui, è necessario negare l'esistenza del vuoto, inteso come essere non dipendente da alcun corpo. Infatti Aristotele si interroga sulle modalità attraverso le quali possiamo dire che una cosa è contenuta in un'altra: "In un modo, come il dito è nella mano e insomma, come la parte è nel tutto (...) ma il significato più appropriato (...) è in un luogo."

Con questo esempio il filosofo dà una prima apparente prova del fatto che esista un 'dove' degli enti: "Tutti, infatti, ammettono che gli enti sono in un 'dove' (ché il non-ente non è in nessun luogo: dove sono, infatti, l'ircocervo e la sfinge?)."

Aristotele prosegue, prendendo come esempio un vaso in cui viene prima versata dell'acqua e poi viene svuotato (l'aria prende il posto dell'acqua) e mostra che normalmente il luogo viene visto come una sorta di contenitore al cui interno si trovano e si scambiano posto i corpi: "Che il luogo, intanto, esista sembra risultar chiaro dallo spostamento reciproco dei corpi. Difatti, dove ora è l'acqua, lì, quando essa se n'esce come da un vaso, è l'aria; e, in tale circostanza, un corpo diverso viene ad occupare quel medesimo luogo; allora appare che il luogo è cosa diversa da tutto ciò che penetra e muta dentro di esso."

Aristotele continua con la sua indagine su che cosa si possa dire riguardo al luogo (in ultimo, su che cosa davvero sia): "(...) se esso esiste, è difficile determinare che cosa esso sia, se una massa corporea o qualche altra natura. Bisogna, infatti, ricercare anzitutto il suo genere". Aristotele evidenzia il fatto che è erroneo intendere il luogo come una sorta di contenitore, come un corpo che contiene altri corpi, in quanto due corpi non possono essere insieme nello stesso luogo: "E' impossibile che il luogo sia un corpo, perché allora in esso stesso ci sarebbero due corpi".

Per Aristotele un'altra opinione del pensiero comune è che il luogo sia la forma di ogni ente, visto che delimita in un certo senso le cose.

Aristotele dichiara l'ultimo elemento necessario per la definizione: il luogo deve essere immobile.

Egli afferma che con la definizione del luogo come "limite immobile del corpo contenente" tutte le aporie riguardo al luogo potrebbero essere risolte, cioè potremmo finalmente sapere se esiste il luogo e di cosa si tratta.

Spazio e tempo, sono coordinate ineludibili dell'esperienza, dell'esistenza, quindi dell'agire e del pensare.

Secondo Heidegger, oggi l'uomo a causa dell'influenza del pensiero meccanicistico tipico delle scienze moderne tende a pensare che ‘l'essere mossi’ (Bewegtsein) sia unicamente il muoversi da uno spazio ad un altro.

Al contrario, il movimento in Aristotele sarebbe invece da intendere come modo fondamentale dell'essere: lo svelamento (Anwesung).

Quindi il fatto che il luogo è immobile, potrebbe essere inteso non nel senso di un mancato movimento, ma che ‘luogo’ corrisponda allo svelamento di ‘ciò’ che è immobile (con questo “ciò” si intende ‘tutto’) e diviene manifesto tramite il ‘mosso’ (l’Universo).

In Heidegger e nella differenza tra essere ed ente, l’ente non può essere visto separato dall’essere. L’essere non è una proprietà dell’ente, non è qualcosa che si aggiunge all’ente. L'essere è il fatto che c'è l'ente, e questo lo intuiamo solo perché al di fuori del tutto (dell’esistenza del tutto) non c’è niente.

Il Greco, secondo Heidegger, non parte da una visione che separa soggetto ed oggetto, per cui il mondo diventa immagine, ma vede invece il tutto, l'ente nella sua interezza.

Non vede se stesso da una parte e il mondo dall'altra, ma tutto è visto come un'unica cosa essente.

Questo significa che nel voler definire la physis anche il nostro "definire" stesso, va visto essente.

L'uomo invece non va visto come un ente, ma come essere-nel-mondo6, perché se non accade questa conversione dell'uomo nell'esser-ci (Da-sein), questo svelamento, l'uomo non saprà mai della verità dell'essere e resta, per dirlo con le parole di Aristotele e Heidegger, cieco dell'essere.

Sicché adesso si tratta di riprendere a pensare la questione, perché si tratta, comunque, di una questione decisiva per quello che a breve sarà oggetto delle nostre riflessioni sul “luogo del diritto”, non certamente inteso come spazio in cui il soggetto è libero di muoversi, bensì dove l'ordinamento giuridico orienta la propria azione di tutela, dove il diritto conduce l'interesse svelandolo.

I legami tra luogo e diritto, tra luogo e identità, sono molto complessi. Il “senso di luogo”, si osserva, fa in ogni caso parte dei sistemi di significato con cui diamo senso al mondo.

E se è vero che il luogo è un dato fisico, è anche vero che è ambito di strutturazione della interazione sociale, struttura di sentimento, centro di significato.

Le persone, si può dire, “fanno i luoghi”: spesso sulla base di interpretazioni contrastanti, usando immagini, narrazioni e rappresentazioni, e delineando così una certa costruzione di significato.

Perciò la definizione e rappresentazione di luogo inteso non come spazio,, può comportare conflitti sul suo carattere materiale: ad esempio, rispetto a quale sviluppo si dovrebbe incrementare in esso, a quali diritti concedere a chi vi arriva o a chi vi abita.

Si tratta di conflitti tra le diverse interpretazioni della identità di luogo, dove gioca anche la dinamica dei rapporti di forza che vi si incontrano, incrociano e scontrano; un certo “senso di luogo” può essere reso predominante al punto da oscurare le altre modalità, pur presenti, di lettura di quello stesso luogo.

I “sensi di luogo”, si deve riconoscere, sono quindi parte di relazioni sociali, che possono essere diseguali.8Il senso del luogo, è spesso talmente radicato nelle persone, che non se ne ha coscienza o ci si dimentica di averlo, quasi come spesso ci dimentichiamo della nostra vita organica.

È un sentimento latente, pronto a risvegliarsi ed esplodere in determinate situazioni, sicché “i luoghi come gli esseri umani, acquistano caratteristiche uniche nel corso del tempo“.

Già in Hegel la società civile è il luogo del diritto astratto (il diritto privato), strumento di composizione degli interessi economici individuali, promossi dalla società dei bisogni.

Ed allora il luogo non ha propria sostanza, ma esiste in virtù delle relazioni con le altre cose. L’unica realtà autentica è la società nella sua totalità, cioè l'organizzazione.

Ogni luogo è semplicemente la manifestazione effimera e transitoria dell’esistenza mutevole dell'ordinamento giuridico in quanto organizzazione.

Questo è il principio dell’impermanenza del luogo in quanto teoricamente vuoto, fintanto che non assume una forma, per l’impossibilità delle cose a sussistere in maniera indipendente.

Per la filosofia giapponese, la realtà è continuo cambiamento, quindi non si possono definire i fenomeni secondo le categorie di vero e falso che sono ipostatizzazioni, ovvero astrazioni distanti dal reale.

Il mondo non è bianco oppure nero, non corrisponde a una logica binaria. Il principio della via di mezzo afferma che il reale è pluralismo e complessità.

Questa valutazione del pensiero non è soltanto un rifiuto della logica vero-funzionale e una adesione alle logiche polivalenti, ma è soprattutto una differente considerazione del pensiero che è ritenuto uno strumento d’indagine piuttosto che una attendibile rappresentazione del reale.

Il diritto indica una via per raggiungere il luogo, attraverso la norma, è dove si manifesta quella identità assolutamente contraddittoria» che unisce e avvince l’uno e i molti affermerebbe Nishida, interamente persa nella dimensione di una logica non predicativa né soggettiva (Aristotelica), ma puramente, radicalmente, immersa nella contraddizione, perché priva della sostanza.

In questa struttura, c'è un posto come dominio logico.

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